|
o,
umile deforme, innamorato del mio andamento,
equinozio di primavera e giorni dell'ira, guardo con
meraviglia chi piange incredulo distinguendo la sua
collera tra ali grigie manufatte.
Ne vedo il sorvegliare a lungo il luogo del
probabile reflusso. Questa morte mi scaraventa il
cuore al vento, sollevandolo a mia insaputa contro
le pareti di questa mia esistenza.
Ma in questo stordimento bramo il
pesante scudo, voglio incutere timore; nel vagare tra
quelle acque il guerriero cambia passo... Io vedo, vedo figura che varia traiettoria e
tratto.
Chi se tu che vai armata di frecce ed arco, potendo
provocare sia morti improvvise sia porvi rimedio?
Chi sei tu dal magico cinto che spii la mia anima per
farla per te ennesimo capriccio innamorato?
Chi sei tu che non porta armi in tempo di pace, ma
zelante puoi richiedere la mia ferita aperta e
subito porla macilenta tra le braccia del tuo
protettore?
Sottratto alla morte infusa dall'arsura dorata, che
s'infrangea alla mia sanguinante bocca, io maledico
Prometeo creatore del genere umano; maledico mia
madre! Maledico il mondo e piego le ginocchia al suolo e mi conforto,
origliando il fragore di battaglie.
Entrandomi nella pelle come ago il cui nome è
"disgusto", in questo modo mia madre per vendicarsi
del massacro, giacque nella grotta di Coricia... Ah! così
facendo mi rubò alla luce per donarmi al cupo delle
temute tenebre; essa lasciò che il mio corpo si tramutasse
in un groviglio di serpenti indicandomi, nel
dispetto, a riflesso
Orione, il più bello dei mortali.
Mi abbandonò nel primo obbrobrio e così fu per tutta la
mia trascurabile esistenza. In ultimo, salvato dal
corsiero alato, emblema di levità e di forza, guardo
con meraviglia chi piange
la mia morte; egli, solstizio d'inverno, ne sorvola a lungo il luogo e ne perde
le speranze vedendomi inerte sul denigrato suolo.
Con lui, attimo di meraviglia, m'unisco accorato
depositandogli sul volto l'alito di vita che ancor
possiedo; ultimo soffio di tranquillità di questa
mia spirante essenza.
|