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ipanandosi
alla soave brezza, intravedo confini elusi fra
torreggianti e nivee cime. Il passo del pellegrino
muto si risposa con la terra, sollevando così lumi
di nonnulla; nuovamente la sciocchezza.
Tenue il fiore dei tuoi affanni si porge a me come
corolla. Ne distendo i petali, a man a mano, in
questo solingo incanto. A poco a poco mi meraviglio
inquieto... Infine mi discosto alieno, privandomi
del canto che magnifico si ridistende al cielo.
Abdicando nel tuo suolo ritrovo il mio
discernimento, riprendendone la via del samarita e
del mai dimenticato. Semplicemente finis terrae,
ovvero confine... Il mio.
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