|
bbandonati
sulle soglie dei cancelli, noi rimanemmo
immobili. Salvati da superstiti ci riponemmo in
solitudine, mentre in
onde
di mani, tacitati, spiravano i dispersi. Voi che ci
costringeste quali orfani stupiti, siate ora
consapevoli che ben misera cosa
fu il vostro onore, inesistente la di voi
misericordia.
In quel distacco, frantumandoci le ali, oltre ad
imprigionarci ci derubaste dell'orgoglio. Eppure...
Quanta vastità in quella vostra assenza, quanto
vuoto tra gli stormi degli aironi, quante defezioni
tra le file dei soldati. Infine, debellati e così
battuti, piagammo la nostra adolescenza in orrendi
boati , in precipizi di voci.
Di quei portici divenimmo le ombre e c'evolvemmo sì estese,
mendicando l'amore dei fautori del delirio agito
sogno. Scientemente, ci tramutammo in refettori d'Angeli
ancora in vita, smorfie accatastate, eucaristie di
sparute flebili voci.
Il tempo ci scoprì esiliati in dormitori di
coscienze nei cui giacigli non v'era che vuoto. Ma
in verità vi dico, fummo colpevoli sol per essere
presenti. Da rei presunti a dispersi certi. Nel
tempo provammo ad estendere le dita, abbracciammo il
vento per rimarginar ferita.
Combattemmo contro i venditori nel tempio; contro la
prepotenza, l'insulto, la gogna.
Lontano dalle vesti religiose, ci riposammo tra
glicini sui muri, noi bisognosi di cielo ci velammo
in altane provvisorie di pace.
In quel confine discosto per sentirci vivi e subito dopo
niente.
Noi Angeli all'inferno in quei cieli tersi,
rimanemmo per sempre soli, dai vostri cuori spersi.
|